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Reportage usa e getta

By Marina Cerami

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Non passa inosservato, per chi si interessa di informazione e di immagine, un articolo come quello di Repubblica in cui si proponeva una retribuzione di 5 euro per ogni video reportagistico che sarebbe stato pubblicato, e non è passato inosservato, per chi si informa su canali che non sono quelli delle grandi testate giornalistiche, il grande dissenso che ha seguito questa proposta.
Un gruppo di reporter hanno risposto a questa proposta con una lettera al direttore della testata giornalistica, alzando delle critiche, sull’uso dell’immagine fotografica diciamo “reportagistica” che sempre più spesso si vede nei siti come quelli della Repubblica, immagini scattate da appassionati che si improvvisano giornalisti, niente sapendo che il lavoro da fotoreporter non è un hobby da assecondare nei ritagli di tempo e che la macchina fotografica non è un giocattolone elettronico da mostrare per fare il figo con gli amici.
Dietro il lavoro del reporter c’è una vita sacrificata all’informazione seria e obiettiva, dei professionisti che hanno scelto questo mestiere, non per la gloria, ma per sete di verità e dallo sconosciuto reporter che ci mostra immagini della nostra politica a quello che diventa famoso per aver vinto il World Press Photo, non c’è alcuna differenza, sono professionisti che hanno scelto la loro vocazione e la assecondano con sacrificio, mettendo in pericolo se stessi e i loro beni più preziosi, proprio quelli che gli permettono di fare informazione, seria, onesta e sempre meno visibile in queste testate giornalistiche sempre più zeppe di pseudo reportage irrispettosi, inconsistenti ma meravigliosamente gratuiti.
Un tempo le testate giornalistiche tutelavano i loro reporter, mettevano a disposizione materiali, si affidavano ai loro giornalisti perchè sapevano che il materiale che gli inviavano aveva uno spessore che avrebbe permesso di dare un’informazione di qualità e quindi un maggiore seguito, ma ormai vige la politica del sensazionalistico ma vuoto, del titolone senza sostanza e dell’immagine vouyeristica per un pubblico cannibalizzato.

La disinformazione è un cane che si morde la coda, e le prime vittime sono proprio quei professionisti che dell’informazione hanno fatto la loro professione. Bisognerebbe prestare attenzione a quello che si legge o si vede, ma intanto prestiamo attenzione alla voce degli “informatori”.

Gent.mo Direttore,

chi le scrive è un gruppo di fotogiornalisti che vorrebbe approfondire con lei alcuni aspetti relativi all’iniziativa “Academy” lanciata dal suo giornale. Ha già avuto modo di incontrare alcuni di noi giorni fa alla Protomoteca del Campidoglio e proprio in quella occasione è stato lei stesso a invitarci a scriverle una lettera. Abbiamo visto la vostra correzione messa in atto il giorno stesso del nostro incontro per la quale, i video pubblicati, non verranno più pagati 5 Euro ma remunerati in maniera più adeguata con un prezzo superiore e più, come dire, “di mercato”. Abbiamo visto anche che tale correzione è stata apportata sottolineando, con un tocco sarcastico, che quei 5 Euro sono stati una svista e non malafede.

Ecco, iniziamo da qui direttore, da questa nota sarcastica, perché in fondo, se ci fosse stata malafede, se il vostro intento fosse stato quello di acquisire video a basso costo, il problema sarebbe esistito sì, ma sarebbe stato qualcosa a cui, chiunque viva in Italia e conosca il valore attribuito a chi lavora in questo Paese è abituato e rassegnato. Niente di nuovo quindi, perché deve sapere che alcuni di noi non si mettono in tasca tanto di più di quella cifra.

Il problema, direttore, è proprio “la svista”, la dimenticanza, il non avere pensato che quello che voi proponete come qualcosa a metà tra il gioco e il talent show, c’è chi lo fa ogni giorno, a volte da molto prima dell’alba fino a molto dopo il tramonto, e che non lo fa per essere giudicato da un big (per continuare con il linguaggio dei talent) e nemmeno per vedere il proprio nome su un giornale, ma per pagare un affitto, per pagarsi il cibo… insomma per vivere e, soprattutto… per informare. Quella svista è grave ed importante, nel senso che segnala perfettamente la considerazione che spesso sentiamo di avere. Quel “siamo tutti reporter” ci fa sentire piccoli, toglie sostanza a ciò che facciamo ogni giorno e ingrassa, nella nostra mente, quel tarlo che vi abita da tempo, il dubbio, cioè, se sia ancora il caso di chiamare vera informazione quella che ci viene chiesta o è semplicemente un contenuto per riempire gli spazi, sempre più ampi, che la tecnologia offre ai giornali. Ci chiediamo se non sia soltanto un continuo solletico al voyeurismo di tutti noi, o un qualcosa che ci faccia fare quel benedetto clic su qualche pagina web per il quale qualcuno ringrazierà.

Il nostro lavoro, direttore, è in un momento difficile. Tutti noi operiamo in condizioni sempre più ostili, il precariato è la norma, i costi delle attrezzature sono altissimi e gravano sulle nostre finanze, perché per fare bene il nostro mestiere, diversamente da quello che molti credono, non basta un semplice smartphone. La maggior parte di noi non ha assistenza medica, tutele, ferie pagate, assicurazione per gli infortuni, contratto e spesso ci troviamo in situazioni molto pericolose, e quasi nessuno, ci creda, ha la certezza matematica che domattina venga richiesta ancora la sua prestazione.

Alla luce di questo, il vostro “siamo tutti reporter” suona più come una maledizione che uno slogan e l’idea che possa essere una professione da fare con quel piglio un po’ artistico, da sottoporre all’occhio di un regista che ne valuta il montaggio, l’inquadratura, la ripresa, il linguaggio, ci fa un po’ sorridere.

Chiedete ai “tutti reporter” di produrre un video in cui, in due minuti si descriva la notizia, magari montandolo lì sul posto, mentre piove o mentre qualcuno sta lanciando sassi e bottiglie, mentre la polizia carica, senza perdere di vista la scena per non mancare qualcosa di importante, con un occhio anche alla preziosa attrezzatura. Chiedetegli di spedirlo, come facciamo noi, mentre tutto sta ancora avvenendo, con una connessione internet che “se ti dice bene” lo fa quando il tuo committente ti ha chiamato solo tre volte per sollecitare il pezzo. Chiedetegli questo, perché questo è ciò che quasi sempre noi facciamo. Anzi direttore, ci faccia essere sarcastici… lo chieda anche a Sorrentino.

Nel nostro incontro lei ha parlato della vostra iniziativa come di un qualcosa in grado di rivalutare (ri-valutare) il nostro lavoro; a parte la difficoltà a comprendere come l’apertura a chiunque a fornire notizie, possa ri-valutarci, vogliamo farle notare che ciò di cui abbiamo bisogno è, ancor prima di essere valutati, direttore, di essere considerati. Insomma, siamo persino un passo indietro.

Sia chiaro però, che la nostra non è una chiusura a chiunque voglia affacciarsi al nostro lavoro; di nuove leve ce ne sono ogni giorno, di giovani fotografi e operatori video ne arrivano di continuo, così come ogni giorno qualcuno lo lascia proprio per le difficoltà di cui le abbiamo parlato. Non venga in mente a nessuno di parlare di casta nel nostro caso perché sarebbe ridicolo e, soprattutto, dissentiamo da quanto lei stesso ci ha detto circa quella tranquillità che “un qualche liberista” ci suggerirebbe di avere, perché in un mercato libero e accessibile, alla fine, la spunta il migliore e se noi siamo professionisti sopravviveremo.

Sbagliato direttore, la meritocrazia liberista funziona solo nel “migliore dei mondi possibili” e questo in cui viviamo non sembra avere davvero le carte in regola per esserlo.

Chiudiamo con un accenno alla “responsabilità” che è alla base del nostro lavoro; immaginiamo che lei sappia molto bene come l’attività del reporter, soprattutto quella svolta nella strada, sia fatta di relazioni spesso molto delicate, di rapporti e contatti da intessere con estrema sapienza con chi è “oggetto” dei nostri servizi; bisogna essere attenti a non infastidire chi viene ripreso e al tempo stesso, non omettere niente che sia importante per ciò che dobbiamo descrivere, e tutto questo per un semplice motivo, per continuare ad avere accesso ad ambienti e situazioni utili al nostro lavoro.

Riteniamo difficile che si possa pretendere la stessa cautela da chi invia delle immagini senza la preoccupazione che il giorno dopo potrebbe riavere a che fare con quei soggetti ripresi. Tra l’altro, direttore, questo problema lo viviamo già ogni volta che le gallery pubblicate con le cosiddette foto dei lettori sbattono, maldestramente, sui giornali on line volti e circostanze che spesso non aggiungono nulla alla cronaca e mettono soltanto a rischio la nostra incolumità.

Sempre più spesso, infatti, si verificano minacce e cacce al fotografo con il risultato paradossale che, proprio l’apertura a chiunque a fornire immagini e video per i giornali, rischia di creare una sorta di censura perché sarà sempre più difficile farsi accettare negli ambienti in cui operiamo.

Insomma direttore, non è vero che “siamo tutti reporter”, questo lavoro bellissimo e difficile bisogna saperlo fare e questa idea che ogni lettore possa inviare foto o video e con ciò dare una notizia è del tutto sbagliata, ed è pericolosa. Chi garantisce della veridicità di quanto ricevete? Della professionalità? Di quei pilastri etici e deontologici che rendono il giornalismo un esercizio di libertà, un dovere e un diritto?

Confidiamo nel suo ascolto, e sia certo che parlando a lei noi abbiamo in mente le stesse cose per tutti i giornali nazionali, perché la tendenza alla svista nei nostri confronti è generale e datata, basti pensare alla questione della firma delle foto, altro diritto dimenticato ogni giorno da sempre, e confidiamo nella sua, e del suo giornale, mai celata disposizione a difendere i diritti dei lavoratori perché questa faccenda possa segnare davvero l’inizio di una nostra nuova valutazione.

Porgendole i nostri saluti la ringraziamo per la disponibilità.

Roma 17 Aprile 2012

I firmatari

Antimiani Riccardo
Barsoum Massimo
Bombardieri Flavia
Brodolini Tiziano
Caprioli Paolo
Carofei Stefano
Casilli Remo
Ciambelli Matteo
Cimaglia Fabio
Coli Luigi
Cosulic Giorgio
Cremaschi Serena
Cristini Attilio
Cristofari Alberto
Cuccuru Carmine
D’Errico Andrea
De Luca Maria Novella
Di Meo Alessandro
Falsini Corrado Maria
Fama Pino
Farneti Virginia
Gabrielli Giacomo
Giagnori Donatella
Granati Simona
Lami Giuseppe
Lasorsa Fabrizio
Leone Daniele
Livieri Vincenzo
Mantuano Christian
Minichiello Cristiano
Minna Marco
Minnella Matteo
Monaldo Roberto
Montani Guido
Monteforte Filippo
Montesi Stefano
Nardi Yara
Nicolosi Valerio
Panegrossi Andrea
Peri Claudio
Pierdomenico Alessia
Quilici Giacomo
Rizzo Francesca
Rossi Andrea
Scavuzzo Pierpaolo
Scrobogna Mauro
Stefanelli Valentina
Tersigni Vincenzo
Villa Elisabetta
Zeppetella Marco
Zucchi Samantha

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